In catene al tribunale, vuole giustizia per figlio «Chiedono l’archiviazione per una perizia con errori»

CRONACA – Pietro Crisafulli insieme alla sua famiglia vuole un processo per la scomparsa del figlio Domenico. Deceduto in via del Bosco la notte del 6 marzo 2017. La procura però ha chiesto di chiudere il caso basandosi su un’analisi tecnica. «Non mi fermerò», racconta l’uomo mentre stringe i due nipoti

Ore 22.436 marzo 2017. Domenico Crisafulli, 25 anni, è a bordo del suo scooter Sh 125 e indossa il casco. Guida lungo via del Bosco in direzione Due obelischi. All’altezza di via De Locu l’impatto mortale con uno Smart fortwo che non rispetta il segnale di stop. Il giovane muore sul colpo. Quasi un anno dopo di Mimmo si continua a parlare. Il padre, Pietro, ha affisso uno striscione davanti il palazzo di giustizia di piazza Giovanni Verga. Deciso più che mai a portare avanti la sua battaglia. «Lei ha ucciso Mimmo. L’attesa di giustizia sta uccidendo i suoi familiari», c’è scritto nel cartellone in plastica bianca. Accanto ad alcune foto della vittima, seduti sopra a una panchina in ferro battuto, la vedova gioca con i figli Andrea Denis, 2 e 8 anni. Vogliono che la vicenda giudiziaria non finisca archiviata, come ha invece chiesto ufficialmente la procura il 19 dicembre dello scorso anno.

Per i familiari c’è solo una strada: «Quella del processo per omicidio stradale», racconta a MeridioNews Pietro Crisafulli. L’uomo, come la moglie Anna e l’altro figlio Agatino, indossa una maglietta con la foto di Mimmo, mentre attorno al collo ha sistemato una catena. La scorsa notte l’ha passata vicino al presidio e promette che andrà avanti a tempo indeterminato. «C’è anche un video, acquisito agli atti dell’inchiesta. La procura però è ferma sulla volontà di chiudere tutto in un armadio», spiega.

Il documento su cui si basa la magistratura per chiudere il caso è una perizia. Chiesta dagli uffici giudiziari subito dopo l’incidente mortale e depositata in cancelleria quasi quattro mesi dopo. A redigerla è l’ingegnere Massimo Maiolino. «In prossimità dello stop la macchina ha impegnato l’incrocio a bassissima velocità. Quando l’utilitaria si trovava al centro è stata investita», scrive. Chi guidava, stando alla ricostruzione del perito incaricato dal pm Andrea Ursino, avrebbe avuto la visuale parzialmente ostruita da «un cono d’ombra». Ovvero una seconda macchina parcheggiata in prossimità dell’incrocio. «Non avendo visto sopraggiungere nessuno per la limitata visibilità laterale, e per la lontananza del ciclomotore, ha impegnato l’incrocio», continua il perito riferendosi alla condotta di chi guidava la Smart. Crisafulli avrebbe visto il mezzo ma non riesce a frenare in tempo e finisce rovinosamente contro la parte posteriore della Smart, ormai al centro di via del Bosco. «Il ciclomotore procedeva a una velocità di gran lunga superiore oltre il limite consentito», conclude Maiolino.

La tesi sostenuta dalla famiglia è del tutto differente. Sul tavolo di questa vicenda è finita l’opposizione alla richiesta di archiviazione, grazie a una perizia di parte. Un fascicolo di 22 pagine in cui vengono messe nero su bianco una «serie di gravi incongruenze tecnico-scientifiche». Secondo l’esperto nominato dai Crisafulli, l’ingegnere Mauro Trombetta, ci sarebbero dei «gravissimi errori di interpretazione normativa». Il riferimento, senza giri di parole, è legato a una serie di «contraddizioni». Dal «calcolo errato per stabilire la velocità dello scooter» fino alle «inesattezze nella ricostruzione del campo di visibilità» della guidatrice della macchina. In soldoni per familiari e difensore la vicenda è chiara: «Se l’automobilista si fosse fermata allo stop, come previsto dal codice della strada, l’incidente non si sarebbe verificato».

All’unica indagata la difesa contesta anche il non avere liberato tempestivamente l’incrocio, «affrontato a bassissima velocità e sbarrando il passo allo scooter», si legge nella richiesta d’opposizione firmata dall’avvocato Giuseppe Incardona, dell’Associazione nazionale familiari vittime della strada. La manovra della guidatrice «ha costretto la vittima a compiere una disperata frenata  di emergenza, culminata con la rovinosa caduta sull’asfalto e con il successivo urto contro l’auto che ne ha decretato la morte». C’è poi un filmato. Prelevato dalla telecamere della vicina clinica Morgagni. Nel video, come racconta Pietro Crisafulli, si vede «chiaramente il sobbalzo della macchina subito dopo l’impatto. Con questa richiesta d’archiviazione hanno ucciso per la seconda volta mia figlio», prosegue. Adesso l’ultima parola spetterà al giudice per l’indagine preliminare Carlo Umberto Cannella ma per Pietro Crisafulli non ci sono alternative al processo per chi «ha ucciso mio figlio».

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